Healthspan, One Health, longevità democratica, prevenzione, educazione e connessione: i punti chiave emersi dal Milan Longevity Summit 2026
La scorsa settimana ho partecipato al Milan Longevity Summit 2026, dal titolo Bold ideas, big systems, One Health: quattro giorni ricchi di presentazioni, interventi, panel di discussione, ma anche di scambi diretti con professionisti e partecipanti provenienti da ambiti molto diversi. L’edizione 2026 è stata presentata come un percorso dedicato alla longevità attraverso la prospettiva One Health, mettendo in relazione salute umana, ambiente, economia, innovazione e società.
In questo articolo condivido i sette punti chiave che ne ho tratto. Non entrerò nel merito degli aspetti più strettamente medico-scientifici, delle nuove ricerche, dei prodotti o dei percorsi più avanzati per la longevità. Posso però dire che il settore è in grande fermento e l’offerta di soluzioni continua a crescere (forse anche troppo rapidamente) anche grazie alla spinta di tecnologia e AI, e che le due direttrici comuni sembrano essere la personalizzazione e la prevenzione predittiva.
- Da lifespan a healthspan: non solo quanti anni viviamo, ma come li viviamo
- Ridisegnare i sistemi: un cambio di paradigma
- One Health: la salute umana è parte di un sistema più ampio
- Longevità democratica: vivere meglio non può essere un privilegio
- Nel mercato della prevenzione serve capacità di scelta
- L’educazione alla salute è un’infrastruttura della sana longevità
- Connessione, appartenenza e senso di scopo: la salute ha bisogno di relazioni e significato
1. Da lifespan a healthspan: non solo quanti anni viviamo, ma come li viviamo
L’obiettivo della longevità non è semplicemente vivere più a lungo, ma per quanti anni riusciamo a vivere in buona salute con autonomia, energia e lucidità sufficienti a partecipare alla vita. È la differenza tra lifespan, durata della vita, e healthspan, anni vissuti in salute.
Questa distinzione cambia il modo in cui guardiamo alla prevenzione. Non basta ridurre il rischio di malattia o prolungare la sopravvivenza, ciò che più conta è mantenere nel tempo quelle capacità funzionali che permettono a una persona di muoversi, decidere, relazionarsi, esprimere la propria natura. In pratica, vivere con dignità. L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce l’invecchiamento sano come il processo di sviluppo e mantenimento della capacità funzionale che consente benessere in età avanzata: non solo assenza di patologia, ma possibilità concreta di fare ciò che ha valore per la persona.
La longevità, quindi, non è solo un dato biologico o anagrafico ma una qualità della presenza nella propria vita quotidiana.
2. Ridisegnare i sistemi: un cambio di paradigma
L’aumento della longevità viene spesso raccontato come una criticità: troppi anziani, troppi costi, troppa pressione sui sistemi sanitari e sociali. Il punto è, in realtà, capire se i nostri sistemi sanitari, sociali, economici e culturali siano progettati per sostenere vite più lunghe e sane.
I modelli sanitari e sociali dominanti sono costruiti secondo una logica reattiva: si interviene quando la malattia è già comparsa, spesso in modo frammentato, centrato sull’ospedale e poco integrato con la vita reale delle persone. Una società più longeva richiede invece un cambio di paradigma: prevenzione, comunità, supporto alla funzionalità, integrazione tra servizi sanitari e sociali, attenzione ai contesti di vita e non solo agli episodi clinici.
Questo vale anche per le metriche. Se continuiamo a misurare solo prestazioni o produzione economica, rischiamo di perdere ciò che conta per la vita concreta delle persone: autonomia, qualità della vita, equità, relazioni, accesso a cibo sano, abitazioni dignitose, ambiente favorevole, possibilità di muoversi e partecipare. Non a caso l’OCSE lavora da anni su framework di misurazione del benessere oltre il PIL, proprio perché il PIL non dice se la vita delle persone stia migliorando e in quali condizioni.
La longevità, quindi, non chiede solo più medicina, ma anche sistemi preventivi, inclusivi e capaci di sostenere la salute lungo tutto l’arco della vita.
3. One Health: la salute umana è parte di un sistema più ampio
La salute umana non può essere separata dall’ambiente in cui viviamo. Aria, acqua, suolo, clima, biodiversità, animali, sistemi alimentari, città, trasporti, economia, cultura e condizioni sociali influenzano in modo diretto o indiretto la possibilità di vivere bene e a lungo. È l’approccio One Health che l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce come un approccio integrato e unificante finalizzato a bilanciare e ottimizzare in modo sostenibile la salute di persone, animali ed ecosistemi.
Le scelte personali pesano tanto sulla possibilità di costruirsi una sana longevità, ma queste scelte avvengono dentro contesti e ambienti che possono facilitarle o renderle difficili. La prospettiva One Health allarga molto il discorso sulla longevità perché vivere più a lungo e meglio non è solo il risultato di medicina, tecnologia e volontà individuale, è anche l’effetto di sistemi viventi, sociali e ambientali capaci di sostenere la salute nel tempo. La sana longevità non è solo una questione personale ma anche culturale, politica, ecologica ed economica.
4. Longevità democratica: vivere meglio non può essere un privilegio
Un grande rischio della nuova cultura della longevità è che diventi un privilegio per pochi. Test genetici, diagnostica predittiva, nutrizione personalizzata, wearable, programmi di prevenzione, consulenze specialistiche, tecnologie avanzate e prodotti per il benessere possono offrire opportunità interessanti, ma non sono accessibili a tutti nello stesso modo per differenze di risorse economiche, culturali e territoriali.
Anche il modificare alcuni aspetti dello stile di vita, fondamentale nella costruzione di una vita in salute e in prospettiva di una sana longevità, non è fattibile per tutti, non per una questione di volontà e motivazione personale ma per mancanza oggettiva di libertà concreta e strumenti economici e culturali.
C’è poi un altro tema: molte conoscenze e tecnologie sanitarie sono state storicamente sviluppate su popolazioni non sempre rappresentative creando di fatto gap di genere ed etnici. Al proposito, il Nationa Institute of Health richiede esplicitamente di considerare il sesso come variabile biologica nella progettazione, analisi e comunicazione degli studi, proprio per migliorare la qualità e l’applicabilità della ricerca.
Per questo la salute non può essere considerata solo responsabilità individuale, ma richiede scelte pubbliche inclusive, regolazione, accessibilità ed educazione. Altrimenti rischia di diventare un nuovo linguaggio del privilegio.
5. Nel mercato della prevenzione serve capacità di scelta
La prevenzione è sempre più presente nel mercato con prodotti, integratori e tecnologie (soprattutto spinte dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale) in costante espansione e aggiornamento. È un’evoluzione positiva perché può rendere la salute più monitorabile e personalizzata, ma comporta anche un rischio: trasformare la prevenzione in consumo indiscriminato e impulsivo, con il rischio di legarsi a prodotti e percorsi salutistici senza una vera consapevolezza e necessità biologica.
Nel mare di informazioni disponibili ci si può sentire più confusi che autonomi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità parla di infodemia quando l’eccesso di informazioni, comprese informazioni false o fuorvianti, genera confusione, comportamenti rischiosi e sfiducia nelle autorità sanitarie. Siamo esposti a un flusso costante di messaggi sulla salute non sempre affidabili o disinteressati. E con l’intelligenza artificiale come veicolo di informazioni di salute questo tema diventa ancora più delicato.
La prevenzione più utile e la vera personalizzazione non nascono solo da soluzioni più sofisticate ma anche dalla capacità di scegliere ciò che è utile, sostenibile e coerente con la propria vita sempre supportati dai professionisti della salute di riferimento.
6. L’educazione alla salute è un’infrastruttura della sana longevità
È un punto già emerso in qualche modo nei precedenti. Se vogliamo che la longevità sia più democratica serve una base educativa diffusa, capace di aiutare le persone a comprendere la salute, valutare le informazioni, riconoscere i propri bisogni e trasformare la conoscenza in scelte concrete.
Educare alla salute significa formare cittadini più autonomi, non consumatori più obbedienti. Si definisce come alfabetizzazione alla salute (health literacy) ma va oltre la sola capacità di leggere un opuscolo medico o cercare informazioni online, significa rafforzare competenze pratiche: come costruire abitudini sostenibili, leggere segnali del corpo, gestire l’energia, fare domande migliori, valutare fonti, prendere decisioni informate.
In questa prospettiva, l’educazione alla salute non è un’aggiunta ai sistemi sanitari ma è una vera infrastruttura della prevenzione e della sana longevità; e in definitiva della partecipazione democratica. Questo tema è cruciale anche per le nuove generazioni perché educare alla salute significa formare persone più autonome, consapevoli e capaci di partecipare alla costruzione di comunità più sane.
L’alfabetizzazione alla salute è parte fondamentale dell’empowerment della salute >
7. Connessione, appartenenza e senso di scopo: la salute ha bisogno di relazioni e significato
La longevità non è solo biologia. Relazioni, appartenenza, senso di comunità e scopo sono dimensioni profonde della salute che permettono di elevare la longevità a vitalità; e influenzano il modo in cui affrontiamo lo stress, costruiamo resilienza, troviamo motivazione e diamo direzione alle nostre scelte.
Al proposito, l’isolamento sociale e la solitudine sono ormai riconosciuti come temi di salute pubblica. L’OMS sottolinea che hanno un impatto importante su salute fisica, salute mentale, qualità della vita e longevità, e stima che circa una persona su sei nel mondo sperimenti solitudine. Anche il National Institute on Aging evidenzia che isolamento e solitudine possono influenzare la salute fisica e mentale degli adulti più anziani.
Ma connessione non significa solo avere contatti, significa poter contare su relazioni significative, sentirsi riconosciuti, dare e ricevere supporto. Allo stesso modo, il senso di scopo non è necessariamente una grande missione di vita, può essere semplicemente una direzione quotidiana: sentirsi utili, coltivare valori, contribuire, imparare, prendersi cura, creare legami.
Questo punto è particolarmente importante perché riporta la longevità su un piano umano. Vivere più a lungo non significa solo mantenere efficiente il corpo ma restare inseriti in una trama di relazioni, significati e possibilità.
In questo articolo puoi approfondire tutti i determinanti della salute >
PANEL E SESSIONI DI RIFERIMENTO
I punti chiave di questo articolo sono stati ispirati dai panel e interventi del Milan Longevity Summit 2026. Di seguito riporto alcune delle sessioni di riferimento e, a seguire, i profili di alcuni speaker e professionisti che hanno contribuito al confronto.
– Setting the direction for a One Health future
– The One Health economy
– Global health governance
– The missing system: why longevity begins inside
– The consumer shift in wellness & nutrition: trust, choice, misinformation
– Defining success: what metrics does One Health actually need?
– Food as medicine: precision nutrition, business models & access
– Beyond the self: rethinking time, death, and legacy
– The human exposome: from longevity biotech to design exposure
– Excercise and longevity: optimizing health across the lifespan
– The science of sel-care
– The rise of longevity medicine: the physician’s role
– The healthspan revolution: how AI and predictive diagnostics can prevent people from becoming patient
Alessandra Perrazzelli, John Fullerton, Kira Fortune, Rosa Martinez Rodriguez, Giacomina Chiaradia, Felice Lopane, Joshua Freedman, Daniela Cerrato, Manon Sarah Littek, Tine Hertz, Rosanna Tarricone, Yongjie Yon, Antonio Iannone, Amy Godfrey, Bodil Siden, Christian Pichler, Florian Muller, Nelida Leiva Eriksson, Christine Gould, Thomas Winkelmann, Tommaso Barba, Antonio Forenza, David Furman, Gerome Guiot, Joanna Bensz, Nicola Palmarini, Tina Woods, Annabella Amatulli, Alessandro Portolan, Filippo Ongaro, Andrea B. Maier, Gooneratne Mayoni, Nirusha Kumaran.Puoi leggere la versione in inglese di questo articolo cliccando qui >
